Passata la prima guerra mondiale col suo carico di lutti, un altro periodo difficile caratterizza la storia della cooperazione sia in ambito locale, sia nazionale, parliamo del fascismo e del suo indirizzo anticooperativistico.

Sopravvivono solo le Casse Rurali, a cui viene imposto una modifica dello statuto e severi limiti di azione. Si vuole attraverso le grandi banche "controllare", "dirigere", "disciplinare" i loro interventi.

Nel 1919 staccandosi dalle altre componenti, la cooperazione di ispirazione cristiana dà vita alla Confederazione Cooperative Italiane, ma ben presto questa così come le altre componenti vengono sciolte dal fascismo.

Il clima di solidarietà determinato dalle tremende esperienze sofferte e dalle enormi difficoltà presenti in ogni campo, specie economico, favorisce la ripresa dello spirito cooperativo.

Anzi, nel clima politico di collaborazione unitaria che caratterizza i primi mesi dopo la liberazione, nel movimento nazionale cooperativo, così come nel sindacato, si stabilisce un accordo fra le varie componenti (quella cattolica, quella comunista, quella socialista e quella repubblicana) che però si rivela precario, tanto che si spezza prestissimo, già nel maggio del '45: i cooperatori che si ispirano alla scuola sociale cristiana, gli eredi dei cooperatori bianchi del 1901 e del 1919, si staccano e costituiscono la Confederazione Cooperative Italiane.

Le altre componenti rimangono nella Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, fino al 1952, quando dalla Lega escono le cooperative di ispirazione repubblicana e socialdemocratica, che danno vita all'Associazione Generale delle Cooperative Italiane, mentre molto più recente è la costituzione dell'UNCI.

Questi scarni cenni di storia, sono necessari per inquadrare la rinascita del movimento cooperativo nella nostra provincia, che avviene nel 1949.